Formazione Continua: i dati ISFOL

Adottare misure straordinarie e temporanee, assegnare priorità di intervento non programmate attingendo a risorse destinate ad altro, è questo il risultato dei recenti anni di crisi che hanno visto destinare parte delle risorse assegnate alla formazione continua per interventi passivi di welfare, particolarmente per sostenere il reddito dei lavoratori in cassa integrazione in deroga e in mobilità in deroga. Il che tradotto in cifre, per l’anno 2013, vuol dire ben 328 milioni di euro complessivi su una stima di circa 800 milioni.

 E’ questa la prima fotografia che ci restituisce il XIV Rapporto al Parlamento sulla Formazione continua, evidenziando come le imprese che sono riuscite a reagire alla crisi sono quelle che hanno mostrato la capacità di innovare e al tempo stesso di investire in formazione: le imprese formatrici realizzano innovazione di prodotto nel 38,8% dei casi, a fronte del 19,7% per le aziende che non hanno svolto attività di formazione.

Cresce seppur di poco (+ 0,9%), passando dal 5,7% dell’anno precedente al 6,6%,  il numero degli adulti (25-64 anni) che nel 2012 ha partecipato ad iniziative di formazione e/o istruzione nelle quattro settimane precedenti alla rilevazione. I valori più bassi si riscontrano nel sud e nelle isole con il 5,7%. La partecipazione appare più accentuata per le femmine (7%, contro una media UE del 9,7%) rispetto ai maschi (6,1%, contro una media UE dell’8,4%). Tale dato è il riflesso della contraddizione che vede le donne più istruite ma ciò nonostante più al margine nel mercato del lavoro rispetto agli uomini.

Aumenta il livello di adesioni ai Fondi interprofessionali arrivato a 845mila imprese (matricole Inps) e circa 9 milioni di dipendenti, delineando in modo sempre più chiaro il ruolo che essi hanno assunto di principale attore di sostegno per le imprese e i lavoratori del settore privato.

Uno degli aspetti indubbiamente più critici per la formazione continua riguarda la forte segmentazione di competenze, risorse, strategie di azione messe in campo. Basti pensare che le stesse risorse, pari a poco più di 1 miliardo l’anno, sono gestite da soggetti diversi che agiscono secondo criteri diversi sia sul versante delle tematiche che su quello delle policy e delle strategie a livello territoriale (nazionale o locale).

Rispetto ai temi dell’integrazione e dell’innovazione dal Rapporto emergono aspetti interessanti, quali l’affermazione di modalità di intervento che prevedono un raggio d’azione più ampio, con forme innovative di organizzazione del lavoro e inedite capacità di integrazione tra le conoscenze nuove e quelle già preesistenti. Anche lo sviluppo di forme di integrazione tra imprese si sta rivelando vincente, determinando un forte ripensamento dei modelli di business, di cooperazione, di rapporto con il mercato.

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