Sindaci revisori alla prova antiriciclaggio

Le risposte fornite nel novembre 2013 da MEF e UIF  rischiano di provocare problemi di non poco conto ai singoli componenti del collegio sindacale con funzioni di revisione legale. Il primo problema attiene alla risposta MEF n. 18, laddove si prevede per i sindaci che non svolgono funzioni di controllo legale dei conti, l’obbligo di provvedere alle comunicazioni di cui all’art. 51 del DLgs. 231/07 in merito alle irregolarità su contanti ed assegni poste in essere dagli amministratori della società.

 

La risposta è, invero, ben motivata.
Infatti l’esenzione dagli obblighi antiriciclaggio per i sindaci (non revisori) di cui all’art. 12, comma 3-bis del DLgs. 231/07, è limitata alle disposizioni di cui al titolo II, capo I (obblighi di adeguata verifica), capo II (obblighi di registrazione) e capo III (obblighi di segnalazione di operazione sospetta), mentre nessuna esenzione è prevista per il Titolo III, recante, in particolare, proprio gli obblighi di comunicazione delle irregolarità in merito alle limitazioni nell’uso dei contanti e dei titoli al portatore.

Se, tuttavia, tale risposta appare convincente, anzi incontrovertibile, in ottica giuridica, essa si manifesta sostanzialmente inattuabile in ottica pragmatico-operativa. Come può, infatti, un sindaco delegato esclusivamente ai controlli ex art. 2403 c.c. rinvenire irregolarità su pagamenti fatture, finanziamenti soci, distribuzioni di utili, pagamenti infragruppo se nei suoi doveri istituzionali non c’è il controllo della documentazione contabile, prerogativa questa del revisore esterno?
La speranza è, in questi casi, che gli organi accertatori, consapevoli di tali oggettive difficoltà non contestino tali “irregolarità” ai, di fatto incolpevoli, componenti degli organi di controllo, poichè l’incongruenza legislativa appare lapalissiana.

Il secondo problema attiene alla risposta (n. 1) fornita dall’UIF, ai sensi della quale, qualora il collegio sindacale eserciti la revisione legale dei conti, i singoli componenti del collegio sono obbligati alla segnalazione delle operazioni sospette. Ciò, secondo l’UIF, deriva dalla qualifica di revisori legali dei singoli membri del collegio e quindi dal fatto che siano destinatari degli obblighi antiriciclaggio. Tale risposta, peraltro, tiene anche conto del fatto che sul sito UIF/Banca d’Italia, destinato alle segnalazioni, non è presente la possibilità che sia un organo ad effettuare la stessa, ma singole persone fisiche.
La posizione UIF, tuttavia, non fa nessun riferimento al fatto che il comma 1° e 3° dell’art. 46 del DLgs. 231/07, vietano espressamente ai destinatari della normativa antiriciclaggio obbligati alla segnalazione di comunicare ai soggetti interessati o a terzi l’avvenuta segnalazione di operazione sospetta, pena l’arresto da sei mesi a un anno o l’ammenda da 5.000 a 50.000 euro (art. 55, comma 8).

Ora, è vero che lo stesso art. 46, al comma 5, esclude dal divieto di comunicazione i professionisti che operano all’interno dello stesso studio associato ma, da un lato, tale previsione non è prevista all’interno del collegio sindacale e, dall’altro (e direi soprattutto) non è estesa ai revisori, visto che l’art. 46 fa riferimento ai professionisti di cui all’art. 12 (avvocati, dottori commercialisti, notai, ecc.) ma non ai revisori previsti dall’art. 13, mentre la segnalazione è prevista proprio in quanto i sindaci svolgono, all’interno dei collegi espressamente la funzione di revisori contabili.

Delle due l’una: o si ritiene applicabile anche nei collegi sindacali e quindi estendibile anche ai revisori il comma 5 dell’art. 46 (ma si ripete è interpretazione “ultraletterale della norma”), con possibilità di inserire nelle carte di lavoro dei revisori l’avvenuta segnalazione, che sarà quindi condivisa, rectius decisa concordemente da tutti i componenti dell’organo, oppure, come risulterebbe dal combinato disposto del comma 1 dell’art. 46 e della risposta UIF, ciascun sindaco-revisore dovrà segnalare individualmente e segretamente il suo sospetto, col rischio però che in questi casi il revisore non segnalante possa vedersi comminare la sanzione di cui all’art. 57, comma 4 (sanzione amministrativa dall’1 al 40% dell’importo non segnalato).

Quest’ultima interpretazione appare la più corretta, dalla lettura della norma, ma anche la più irrazionale ed illogica in termini operativi; da ciò deriva la necessità che, almeno in sede di recepimento della IV direttiva, si provveda ad eliminare tale palese incongruenza normativa.

Fonte: Eutekne (Luciano De Angelis)

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