Direzione d’Impresa: Case History #3

Il 2019, per gli addetti ai lavori, sarà un anno da ricordare per una svolta epocale: una disposizione legislativa che, all’atto pratico, avrebbe obbligato le aziende a dotarsi di un sistema di controllo di gestione. In effetti con la riforma della legge fallimentare (decreto legislativo 12 gennaio 2019 numero 14, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 febbraio 2019 al numero 38) aziende che hanno almeno un certo volume di lavoro (4 milioni di euro) o che abbiano un certo volume minimo dell’attivo (4 milioni di euro) o che abbiano in forza un certo numero di dipendenti (da 20), sono obbligate a monitorare il proprio stato di “salute” finanziario.

Durante gli ultimi mesi dello scorso anno diversi furono gli incontri organizzati con studi commercialistici per valutare le modalità ed i meccanismi da mettere in piedi per tali controlli.

A dicembre ci fu l’incontro con lo studio Moratti di Ascoli Piceno.

Il dott. Marcello Moratti è un ottimo professionista. Lo storico studio è attualmente gestito dal figlio Luigi, anch’egli dottore commercialista.

  • M: “buon pomeriggio Luciano, come va?”
  • L: “personalmente bene Marcello, per ciò che riguarda la situazione che riscontro all’interno delle aziende in questi periodi… bè… il discorso è un po’ diverso…”
  • M: “si anch’io sono abbastanza preoccupato, diverse aziende non se la stanno cavando molto bene e questi indicatori messi in piedi per monitorare eventuali stati di crisi ne potrebbe seriamente mettere in difficoltà qualcuna, se non interveniamo per tempo… ecco il motivo del nostro incontro…”
  • L: “certo, ci sono situazioni che è meglio cominciare ad analizzare subito… Intanto le dico che ho avuto modo di vedere le linee guida rilasciate dal CNDCEC a novembre, non mi sembra che il consiglio nazionale sia stato particolarmente severo nell’attribuire le soglie, anche se si vocifera che tali indici siano stati in realtà elaborati dal CERVED. Non le nascondo, Marcello, di come abbia avuto un attimo di delusione dopo aver consultato attentamente il documento. Il legislatore aveva dato un’impronta alla riforma molto chiara, le aziende dovevano dotarsi di un sistema di controllo di gestione affinché monitorassero i flussi di cassa prospettici, con il chiaro intento di prevenire per tempo eventuali situazioni di illiquidità o di crisi, prima che questa potesse degenerare. Sarebbe stata davvero una svolta epocale, in fondo anche una piccola azienda che non si può permettere un controller avrebbe potuto attingere tale servizio in outsourcing ad un costo ragionevole, dato che si sarebbe trattato di monitorare la situazione trimestralmente su un orizzonte previsionale di sei mesi… allora avremmo avuto davvero un cambio di paradigma nelle aziende. Ora invece vediamo che i passaggi per tali controlli sono stati fondamentalmente classificati in quattro tipologie e l’analisi predittiva è, dulcis in fundo, stata relegata addirittura come facoltativa. In sintesi le priorità sono le seguenti: dapprima si verifica il patrimonio netto, se è o meno negativo, se è positivo si passa al secondo tipo di controllo. Quindi si tratta di calcolare cinque indici e solo se tutti questi indici sono al di sotto delle soglie previste si parla di stato di crisi. Il terzo livello di controllo, tuttavia parallelo al terzo, è costituito dalle analisi qualitative, ossia se l’impresa possa o meno correre dei rischi relativi alla continuità. Infine, ma solo se l’organo preposto (leggi revisore) ritiene tale indicatore affidabile, si determina il DSCR previsionale, che deve essere superiore a 1… mi sembra che l’analisi predittiva abbia lasciato ampio spazio ad altri meccanismi, considerando il fatto che il calcolo degli indici può essere tranquillamente svolto con bilanci consuntivi e le analisi qualitative, tutto sommato molto difficilmente sarebbero talmente gravi da far accendere la spia rossa.”
  • M: “…in effetti è vero, anche noi siamo rimasti basiti di fronte a questo capovolgimento di logica…”
  • L: “tuttavia, anche a proposito del calcolo degli indici, non le nascondo che restano comunque delle zone buie in questi computi…”
  • M: “in che senso? Mi sembra che la pagina undici del documento sia abbastanza esplicita in tal senso… le formule per il calcolo di questi indici mi sembrano abbastanza chiare ed inequivocabili…”
  • L: “Sì, se abbiamo a che fare con indici calcolati con un bilancio di fine anno. In caso contrario si creano diversi interrogati a cui, fino ad ora, nessuno ha dato delle risposte… e gli OIC30 non ci vengono in aiuto…”
  • M: “In che senso?”
  • L: “prendiamo ad esempio l’indice di ritorno liquido dell’attivo, ossia l’indice del cash flow. Il testo di pagina quattordici è chiaro <…è costituito dal rapporto tra il cash flow e il totale attivo ed include: al numeratore, il cash flow ottenuto come somma del risultato dell’esercizio e dei costi non monetari (ad.es, ammortamenti, svalutazioni crediti, accantonamenti per rischi), dal quale dedurre i ricavi non monetari (ad.es, rivalutazioni partecipazioni, imposte anticipate); al denominatore il totale dell’attivo dello stato patrimoniale art. 2424 c.c.>. È evidente che costi figurativi come il TFR non devono essere computati perché trattasi di accantonamenti a fondi spese. Tuttavia se dovessimo calcolare tale indice a marzo, come ci si dovrebbe comportare? Facciamo un esempio, supponiamo che una azienda abbia avuto, al 31/12, questi valori di bilancio: utile netto 75 mila euro, ammortamenti per 60 mila euro, accantonamenti a sfondo svalutazione crediti per 44 mila euro ed abbia inoltre registrato un valore per lavori in economia, per 34 mila euro. Infine abbia un totale attivo pari a 22,7 milioni di euro. Il cash flow sarebbe così computato: (75+60+44-34)/22.700, ossia 0,64%, valore ok per una azienda manifatturiera, la cui soglia minima è 0,5%. Ma a marzo, supponendo vengano rilevati questi dati: utile netto 44 mila euro, ammortamenti per 15 mila euro, nessun accantonamento a sfondo svalutazione e nessun valore per lavori in economia, come verrebbe svolto il computo? L’unica certezza è che gli ammortamenti andrebbero rapportati a fine anno, ma per quanto riguarda l’utile… anch’esso andrebbe rapportato a fine anno? Facciamo due ipotesi, una rapportando l’utile a fine anno ed un’altra ipotesi no. Ipotesi 1: (44/3*12+15/3*12)/22.700=1,0%. Ipotesi 2: (44+15/3*12)/22.700=0,46%. Nel primo caso l’azienda sarebbe sopra la soglia limite, quindi l’indice sarebbe positivo, nel secondo caso l’indice sarebbe in rosso. Chiediamoci: ma in fondo sarebbe corretto rapportare l’utile a fine anno? Operando in tal modo, nell’esempio precedente è come prevedere un utile netto pari a 44/3*12, ossia 176 mila euro, valore più che raddoppiato rispetto all’utile netto che l’azienda ha invece avuto nel corso di un intero anno. Queste situazioni potrebbero accadere per svariati motivi la prima fra le quali dovuta alla stagionalità delle vendite. Se infatti pensiamo ad una impresa che produce articoli per il giardinaggio è facile pensare di come tale computo possa essere molto fuorviante…”
  • M: “…quindi?”
  • L: “quindi la decisione se proiettare o meno l’utile sarebbe lasciata alla discrezionalità dell’analista…”
  • M: “ma in tal caso si esce fuori da uno schema che invece deve assolutamente essere omogeneo…”
  • L: “…e già! Purtroppo non è finita qui… Adesso prendiamo in esame l’indice di indebitamento previdenziale e tributario. La guida ci dice che <…è costituito dal rapporto tra il totale dell’indebitamento previdenziale e tributario e (anche qui) il totale dell’attivo. Esso include al numeratore, l’Indebitamento tributario rappresentato dai debiti tributari (voce D.12 passivo dell’art. 2424 c.c.) esigibili entro e oltre l’esercizio successivo, l’Indebitamento previdenziale costituito dai debiti verso istituti di previdenza e assistenza sociale (voce D.13 passivo dell’art. 2424 c.c.) esigibili entro e oltre l’esercizio successivo; al denominatore, l’attivo netto corrispondente al totale dell’attivo dello stato patrimoniale art. 2424 c.c.>. Ora, se ci troviamo a fine anno, i dati di bilancio sono stati opportunamente definiti attraverso le scritture di assestamento, ma se ci troviamo in un infrannuale? Potremmo molto facilmente trovare poste sia in dare che in avere, si pensi ad esempio all’IVA, ma anche INPS, INAIL… che per svariati motivi potrebbero essere sia in conto dare che in conto avere… cosa dovremmo fare, compensare? Molti pensano che non sia il caso di compensare ma lasciare gli importi a debito così come rilevati, eccezion fatta per l’IVA che andrebbe, almeno questa, compensata…”
  • M: “…bè almeno questa voce direi proprio di sì…”
  • L: “…e se sull’IVA a credito è stato invece chiesto un rimborso all’agenzia delle entrate? Supponiamo di trovarci a marzo ed a fine anno avevamo fatto una richiesta di rimborso IVA, pratica ancora non evasa. Allora non dovremmo compensarla…”
  • M: “…in questo caso direi di no…”
  • L: “vede Marcello di fronte a tanti interrogativi non ci sono risposte, e si tenga conto che sul controllo di questi indicatori c’è il penale…”
  • M: “solite cose all’italiana?”

L: “non so… anche sul valore da inserire come denominatore nel DSCR ci sarebbero da dire alcune cose, come ad esempio il fatto che non contempli gli interessi passivi sui mutui o finanziamenti ma solo le quote capitale, cosa in contraddizione con gli standard, dato che il flusso finanziario al servizio del debito è contestuale con l’intero importo delle rate da pagare… Diamo tempo perché questi meccanismi vadano applicate, poi ne riparliamo.”

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